Cento libri
per una storia dellItalia moderna
Nessuno dei tanti partecipanti al convegno dedicato, nei primi giorni dellottobre 1976, alle Corti farnesiane di Parma e Piacenza poteva immaginare che, quasi venticinque anni dopo, quellesperienza avrebbe portato al bilancio (in forma di freddo catalogo) contenuto in questo libretto. Solo in seguito, del resto, il gruppo organizzatore di quel convegno si sarebbe formalmente costituito in associazione (precisamente il 14 giugno 1979: "Europa delle Corti. Centro studi sulle società di Antico regime"), e solo due anni dopo quel convegno, nel 1978, ne sarebbero stati pubblicati gli atti, che avrebbero inaugurato questa Collana (subito articolata nel suo doppio: "Biblioteca del Cinquecento"); atti peraltro incompleti: il previsto loro terzo tomo, infatti, non è mai stato ultimato, e la numerazione della Collana ne registra implacabilmente la mancanza.
Un avvio incerto, che ha saputo, però, trovare ben presto un ritmo continuo, a tratti anche serrato, se nel volgere di ventidue anni di attività editoriale ha potuto disegnare un percorso che è giunto ora al volume 100. Sulla base di questo solo dato potrà risultare non del tutto narcisistico uno sguardo retrospettivo: per cogliere il senso delle traiettorie seguite e dellorizzonte storiografico e culturale consapevolmente assunto.
Quasi un tabù, la Corte, in quegli anni.
Ricordo, ancora nitida, la reazione del mio "maestro", quando, affettuosamente sollecito nei confronti di quanto stesse studiando, si sentì rispondere da un incauto giovane che si trattava della cultura cortigiana: un impaziente "bah!" fu il suo laconico commento. Del resto, il paradigma storicistico ancora imperante ribadiva e convalidava giorno dopo giorno linterdetto a tutto campo elaborato dalla cultura e dallideologia della nuova Italia ottocentesca nei confronti del sistema dellAntico regime, anche nella sua forma culturale propria e costitutiva, il Classicismo. Con in più un dato strutturale di formidabile efficacia, anche se divulgato per importazione: il mito di un Rinascimento risolto nel contesto di una "crisi" universale dellItalia dopo la rottura dellequilibrio "laurenziano" non solo nellesclusiva centralità di Firenze, ma anche in chiave di "umanesimo civile" e "repubblicano".
Assumere a oggetto di studio il sistema della Corte era di per sé una provocazione, dunque, e come tale è stato puntualmente colto dalle sdegnate vestali dellortodossia "civile" e "repubblicana" dellUmanesimo-Rinascimento; dagli appassionati esegeti della lunga marcia dellItalia attraverso il deserto di valori (etici ed estetici) del Classicismo e dellAntico regime, verso il progressivo riscatto della Nuova Italia, una lunga marcia popolata dalle eroiche testimonianze di eretici, scienziati e filosofi; dai rigorosi scrutatori di ogni minimo indizio prodromico dello "stato moderno". E se il nostro era il lavoro di un piccolo gruppo di "giovani" appoggiato a un "piccolo" editore, nulla (o poco) sembrò cambiare in questo quadro, per molti anni, anche dopo lingresso (tardivo) nel dibattito storiografico e antropologico, intorno alla "modernità" e al suo processo storico, dei libri di Norbert Elias.
La strada percorsa dal Centro studi Europa delle Corti in questi (quasi) venticinque anni della sua attività è tutta in questi 100 libri, che peraltro non ne costituiscono linventario completo, che dovrebbe registrare anche le occasioni mai approdate in forma di libro o quelle migrate fecondamente altrove.
Il catalogo della Collana dimostra in primo luogo lampiezza e la durata di questa esperienza, nonché lefficacia della forma primaria di lavoro del Centro studi: attraverso seminari e convegni, di varia dimensione e impegno (alcuni addirittura virtuali), tutti però finalizzati a riunire e mettere a confronto tutte le competenze disponibili (al confronto, ovviamente, ma non solo).
A taluno questa scelta potrà sembrare (ed è sembrata) debole, ma certo occorre riflettere sulle particolari caratteristiche della congiuntura alla fine degli anni Settanta e attraverso tutti gli anni Ottanta: quando, a fronte dellaprirsi della crisi strutturale del sistema universitario, soprattutto contava suscitare le curiosità e innescare un nuovo, virtuoso, ciclo storiografico nei diversi campi della ricerca sullAntico regime, anche solo mettendo a disposizione unoccasione dincontro e di scambio, già solo per questo in controtendenza rispetto alleffetto di deriva e di dispersione che caratterizzava negativamente la geografia della ricerca italiana nei suoi luoghi istituzionali. Soprattutto riflettendo alla particolare congiuntura "lunga" di quegli anni, strutturalmente caratterizzata anche dallesplodere delle politiche "effimere" degli assessorati alla cultura, non mi sembra che questa scelta possa risultare oziosa o dispersiva, né tanto meno inefficace o improduttiva.
Certo, il Centro studi ha sfruttato in modo conveniente e discreto le risorse di quella stagione, ma sempre perseguendo un obiettivo complessivo e mirato di ricerca: se i risultati dei suoi eventi sono tutti certificati e resi pubblici nella serie di "atti" pubblicati in questa collana (precisamente i numeri 1-2, 7, 8-9, 17, 21, 30, 33, 36, 39, 41, 52, 55-56, 60, 61, 63, 67, 70, 75, 76, 78, 80, 84, 90, 92), sottoposti pertanto al giudizio degli studiosi e dei lettori, il rapporto con le politiche culturali degli enti locali dei primi anni Ottanta ha portato alla costituzione dell'Istituto di studi rinascimentali di Ferrara. Ma questa è davvero unaltra storia, anche se per diversi anni si è prodotta una sorta di partita doppia, fortemente integrata nelle strategie, tra il Centro studi e lIstituto. Tornando agli eventi promossi e gestiti direttamente dal Centro studi, vorrei rilevare che profilano una media di un convegno-seminario allanno, di diverso impegno e diversa ampiezza di articolazione: ma tutti qui agli atti.
Per completare, infine, questo sguardo dassieme, resta da segnalare che lattività del Centro studi ha voluto perseguire anche lobiettivo di seminari virtuali, raccogliendo in funzionale gruppo di lavoro le competenze di diversi studiosi intorno a un comune progetto in forma di libro miscellaneo; ed è questo il caso, nella Collana, dei numeri 12, 14, 16, 25, 46, 47, 48, 85.
La Corte, dunque, e il suo Antico regime: la Corte propriamente come casa e famiglia del principe (41). Se solo si osservano, oggi, gli indicatori delle nuove tendenze storiografiche, non si potrà non prendere atto che il problema della Corte e delle sue culture classicistiche è entrato stabilmente nellorizzonte delle ricerche nazionali e più ancora internazionali, in particolare di quelle più dinamiche e innovative. Nessuno pensa che questo sia per effetto diretto del lavoro del Centro studi Europa delle Corti, ma certo a questi nuovi scenari della ricerca il Centro studi ha contribuito, e non da gregario.
Il coinvolgimento di oltre 500 studiosi, di diversi paesi e generazioni, alla produzione di questi 100 libri è di per sé un dato che documenta quanto seminal sia stata la sua capacità di progetto e di iniziativa. Se neppure in minima parte linsieme di questi 500 studiosi potrebbe essere proposto come l"organico" del Centro studi, certamente è stato ed è il circuito attivo della sua audience, e per questo tanto più efficace, dal momento che ciascuno ha portato il suo contributo di competenze acquisite e già note, spesso sentendosi positivamente sollecitato a dirigersi verso nuovi scenari e nuove piste, per non parlare delleffetto di amplificazione prodotto dallesecuzione performativa degli eventi (convegni o seminari), con il loro stile aperto e mai accademico, pronto ad espandere la scena del confronto in infinite discussioni a margine.
Questa dinamica capacità di provocare occasioni perché, di volta in volta, si costituisse un gruppo sperimentale di competenze di alto profilo, è certamente limpronta più netta che emerge stabile - dallinsieme del catalogo, ed è la primaria funzione culturale che il Centro studi ritiene di avere positivamente assolto nel corso degli anni. Dallindice di tutti gli autori che hanno contribuito alla crescita della Collana si potranno agevolmente riconoscere le nettissime diversità di frequenza, anche secondo ritmi ciclici, di condivisi percorsi brevi o lunghi, sempre scanditi obiettivo dopo obiettivo. Il dato essenziale è però ripeto - un altro: accanto al gruppo degli autori più costanti o più fedeli, anche nel farsi e disfarsi delle loro storie e delle loro vite, conta soprattutto rilevare lampiezza dei contatti, anche unici, da parte di tanti. Per questo, insomma, il Centro studi è stato come dicevo soprattutto un luogo dincontro e di scambio, sempre e comunque fruttuoso: dove tutti, di volta in volta, sono stati protagonisti delle proprie competenze e delle proprie curiosità, ciascuno nella sua identità nel condiviso gruppo di lavoro.
Un ultimo dato non può non colpire: rispetto allalluvione di traduzioni che marca leditoria di questi ultimi decenni, e in particolare rispetto alla netta egemonia dei modelli storiografici francesi, la Collana ospita tre sole traduzioni: e se quella dal francese (10: praticamente un inedito) è una sorta di atto dovuto nei confronti del più autorevole studio dinsieme su Pietro Aretino, le due dal tedesco (24, 54) hanno inteso proporre lesperienza metodologica di una storiografia (quella, appunto, in lingua tedesca) assente, o ai margini, dellesperienza contemporanea. Nulla di autarchico, però, solo a sfogliare le dense liste di studiosi stranieri, che hanno partecipato a moltissime occasioni di studio, in serrati confronti di esperienze di ricerca e di tradizioni metodologiche.
Senza neppure lontanamente ipotizzare che tutto quanto prodotto dai 100 libri del Catalogo profili un sistema integrato (o, addirittura, integralisticamente omogeneo e unitario), anzi, riconoscendo non solo che le discontinuità (di impianto, nonché di valore) sono ben visibili, ma soprattutto che ogni autore è autonomamente responsabile in proprio del suo lavoro, vorrei indicare le due opzioni generali che hanno guidato lattività di ricerca del Centro studi di questi anni, anchesse, mi sembra, pienamente riconoscibili nellinsieme di questi 100 libri.
La prima riguarda la presenza della Corte come fattore costitutivo e proprio delle società di Antico regime: quasi un truismo, questa prima opzione, o meglio una ridondanza tautologica, per un Centro di studi e una Collana che allEuropa delle Corti, con qualche eccesso di pertinenza, intende richiamarsi.
La seconda riguarda la persuasione che lanalisi delle dinamiche istituzionali (in senso sia politico che culturale), cioè delle loro proprie economie strutturali profonde, nelle loro stesse macroinvarianti morfologiche, può consentire una maggiore approssimazione nella messa a fuoco dei diversi fattori, nonché della trama delle loro interrelazioni, che entrano in gioco nella storia dellEuropa moderna, proprio in quanto fattori del processo di costituzione della modernità.
Queste due opzioni, più o meno efficacemente formulate in origine, si sono venute sempre più chiarendo strada facendo, proprio in serrato confronto con il quadro delle esperienze storiografiche di quegli anni: insomma, la Corte e non gli incerti segnali di uno "stato moderno": o, per dirla con una sola battuta, la Ratio studiorum e non linfinito aggiornamento del catalogo dei perseguitati dallInquisizione, in quanto tali, tutti, ope legis, protagonisti della Storia della Modernità.
In questione è, dunque, lAntico regime, nelle sue istituzioni e nella sua cultura. Per quanto disorganico, laccumulo di esperienze (e di libri) tende a profilare una diversa storia italiana (nelle dinamiche europee) dal Quattrocento all'Ottocento, attraverso, cioè, la lunga durata delletà moderna: diversa, soprattutto, rispetto a quel paradigma che ci ha consegnato unimmagine schiacciata sotto il segno dellindissolubile permanenza della "crisi" italiana nellimplacabile succedersi dei suoi secoli "senza storia", e ci ha educati a disprezzarne il sistema dei valori che ne sono la forma costitutiva e propria, istituzionale e politica, estetica ed etica, e quindi ci ha fatti ciechi, sordi e muti di fronte allarticolarsi delle sue tante storie, micro o macro che siano, con i loro protagonisti.
Con un obiettivo (o un sogno): restituire integralmente (e senza furori ideologici) al processo storico dellidentità nazionale quella parte della sua fenomenologia che tutta gli appartiene, compresa la "Roma barocca", che è il cuore profondo di un abominio secolare, e che è, invece, quella parte che, in seguito allabiura formalizzata dai nostri antenati, è oggi di pubblico dominio nelle culture internazionali, che sanno riconoscere il contributo italiano (persino, anzi, la sua egemonia), tra Quattrocento e Settecento, alla formazione di un modello culturale comune, in quanto luogo proprio e costitutivo di nascita della modernità, nelle sue tipologie, nei suoi codici, nei suoi valori, cioè in quanto forma del vivere del gentiluomo.
Queste scelte (o questo sogno) del Centro studi sono registrate in termini inequivocabili nel catalogo, tutto centrato sullo studio del sistema delle corti e degli stati regionali italiani tra Quattrocento e Seicento, nonché sullanalisi delle forme della loro cultura. Ben oltre Firenze, dunque: per documentare e discutere lintera fenomenologia, nello spazio e nel tempo, delle esperienze politiche ed istituzionali, culturali e artistiche.
Così, dopo Parma e Piacenza (in catalogo i volumi 1 e 2), è stata la volta di Mantova (7), Ferrara (17), Bologna (25), Urbino (30), del Piemonte (33), Trento (39), Milano (47), del Monferrato (78). Scelte mai occasionali o effimere, e spesso non risolte o appagate con la celebrazione dellincontro. Il catalogo dimostra, infatti, la lunga fedeltà, in questi (quasi) venticinque anni ad alcuni luoghi essenziali del lavoro del Centro studi, con diversi replicati ritorni (dopo un primo convegno o seminario) per approfondire, anche cambiando il punto di vista e sollecitando o acquisendo compiute e organiche monografie, spesso fondate su originali e innovative ricognizioni documentarie: nel caso di Parma e Piacenza (in catalogo i volumi 12, 35, 76, 94), di Mantova (64, 75, 82), di Ferrara (92), del Piemonte (50), di Milano (53, 63, 87).
Il progetto del Centro studi è stato subito consapevole di un dato strutturale: lanalisi critica del paradigma storiografico dellAntico regime (nonché dello stesso Rinascimento) comporta necessariamente la riapertura del "dossier Roma", in tutti i suoi aspetti. La consapevolezza, da subito, di questo dover fare i conti con la complessità di Roma è direttamente inscritta nel Catalogo, fitto sia di volumi originali, di documentazione e di ricognizione, sia di atti di convegni (22, 23, 32, 59, 68, 73, 74, 84). Neppure la questione Firenze è stata rimossa: con un innovativo approccio alla sua Corte (62), come pure con lanalisi della fondazione angloamericana del suo mito (90); e alle articolazioni paradigmatiche delle componenti "repubblicane" di questo mito fiorentino fa costante riferimento dialettico lesperienza dedicata a Repubblica e virtù. Pensiero politico e monarchia cattolica fra XVI e XVII secolo (67).
La necessità di doversi riscontrare con il paradigma storiografico che ci ha consegnato limmagine radicalmente negativa dellItalia di Antico regime, ha portato allindividuazione della zona critica di ogni discorso sulla Corte e sul suo Classicismo, cioè la nascita stessa di quel paradigma: tra la fine dellAntico regime (52), la sua fondazione ottocentesca (21) e limpatto dei modelli angloamericani (90).
Unultima considerazione sulla parte della Collana dedicata allanalisi dei processi più propriamente culturali (anche come "Biblioteca del Cinquecento"). In principio non poteva non esserci lArchitesto, quel Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione troppo a lungo disprezzato o misconosciuto: cominciando dalla riedizione in facsimile della sua prima edizione (fuori Collana), per poi passare ai due volumi del convegno per il centenario della nascita dellautore (8-9), e quindi giungere al riesame analitico di tutta la sua tormentatissima storia testuale (100). E con Castiglione gli altri due grandi libri europei che modellizzano la forma del vivere: il Galateo di Giovanni della Casa (6) e la Civil conversazione di Stefano Guazzo (46, 78), restituita proprio grazie alliniziativa del Centro studi alla centralità culturale che le compete (insieme con un altro best seller: le Ore di ricreazione di Ludovico Guicciardini). Ma è tutta la grande tradizione italiana dei libri dinstitutio stabilmente al centro dellinteresse scientifico ed editoriale del Centro studi (80, 88, 93, 98), che non ha mancato di produrre originali ricerche sui grandi e piccoli protagonisti della cultura rinascimentale (Aretino: 10, 72; Ariosto: 34, 45; Bandello: 65, 95; Capra: 40; De Mori: 44; Doni: 15; Equicola: 89; Giovio: 4; Machiavelli: 38; Parabosco: 37; Pontano: 88; Sigonio: 58; Valdés: 31).
Costante attenzione è stata riservata alla parte che il teatro assume nella produzione culturale della Corte, come pratica della sua costitutiva istanza alla scena (11, 20, 22, 35, 51, 74), nonché del suo proporsi come frontiera di interscambio e contaminazione tra le diverse arti e i diversi saperi (5, 7, 37, 97), soprattutto in riferimento alle diverse tipologie del consumo culturale che la forma del vivere elaborata dalla Corte propone al moderno gentiluomo: nel ritratto (48, 55, 56, 57), nelle imprese (4), nei codici dellonore e del duello (18), nel sistema della moda (61, 87), nella più generale economia della sua casa (29) e del suo tempo connotato dall"ozio onorato" (71), anche come "perfetto capitano" (98).
Il quadro delle pertinenze culturali della Collana è ulteriormente articolato: dagli snodi essenziali della filosofia dAmore (27, 89) allinventario dei generi e delle forme della comunicazione letteraria (le lettere: 14, 72, 86; il dialogo: 58; il racconto breve: 96) nelletà del Classicismo (19, 34, 36, 66, 91, 96, 99), descritta anche attraverso alcune tradizioni particolarmente forti (quella ovidiana: 69; lo statuto del riuso: 36, 83; il discorso politico: 77), nonché della stessa lingua (26, 81).
Non poteva, ovviamente, mancare, una particolare disposizione nei confronti della produzione musicale (97) e artistica: sempre presente nelle ricognizioni monografiche degli stati regionali italiani, ma anche con autonomi contributi. Non solo quelli dedicati al genere figurativo del ritratto, dal momento che la Collana ospita diverse monografie, o studi particolari, di artisti: Lorenzo Lotto (28), Lorenzo Leonbruno (64), Andrea Mantegna (75), Tiziano (42, 82).
Particolarmente significativa è, infine, lattenzione ai processi istituzionali della cultura rinascimentale, anche rispetto alla sua necessaria diacronia (il Manierismo: 7, 10, 13): la parte della tipografia (43, 60, 79), la Ratio studiorum (12, 16, 53). Compresa la riapertura della questione del Concilio di Trento (70).
Nel chiudere queste succinte note introduttive al Catalogo, vorrei esprimere il più sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questa lunga esperienza attraverso gli anni e i libri. E se per conveniente discrezione è opportuno lasciarlo indistinto, ma non generico, per tutti e 500 i suoi autori, che hanno voluto donare al lavoro complessivo del gruppo parte, spesso rilevante, della loro competenza, mi limito a evocare nel proprio del loro nome solo tre amici carissimi che non sono più tra noi.
In primo luogo leditore Mario Bulzoni, che con generoso entusiasmo volle accogliere la proposta della Collana, scommettendo sul progetto e i suoi giovani proponenti: questi 100 volumi debbono tutto al suo coraggio, e con orgoglio continuano a innalzarne in frontespizio il nome.
E poi Albano Biondi e Giancarlo Mazzacurati, sodali della primissima ora, appassionati, severi, ironici. Nellindelebile memoria del loro fervido quanto acuto sorriso continua il lavoro di chi è rimasto, geloso di un patrimonio di esperienze per tanto tempo condivise.
Amedeo Quondam